Quella foto in bianco e nero
in cui il tuo seno rubava la scena
al mondo.
E' da tempo che non guardo il profilo acceso del tuo seno.
Ogni volta - dove evado
Vorrei tenere in mano
Il pensiero chiuso nelle tue
E trascriverne il presente
Nascosto mio nutrimento
Fino al seno custodito,
Scendendo al nido
Fatto d’occhi e guance
in te gioiosamente, ovunque
le tette non puzzano mai.
Io sono pavida
e questo è un difetto terribile.
Un giorno di questi
finirò a camminare sui vermi.
Quando esco
mi muovo adagio
e la città mi inghiotte.
Finisco sempre a gridare
contro i gabbiani del porto.
Quanto ai miei seni
(sono seni, queste bianche
trascurabili
piccolezze?)
a vederli, nessuno crede
che dietro ci batta un cuore.
[...]
Dove lasciare questo peso
piegate le spalle
assaporare la terra
per cercare di essere
ancora
attimi di buio
se fossi eclissi di me
giocherei ogni ombra
come fosse l'ultima
Ricordo di Barcellona il muoversi ansimante del petto del mondo.
Qui
esito impazzito di un piatto solo
dove musica è cantilena dormiente.
Un esercito di piccoli me, sacrificabile al rossetto,
recinto di tutti i passi lasciati tra i denti
quando il terreno cede oltre il frastuono.
E cedono le casse spossate da tanto silenzio,
e la crepa sul muro che ha detto la sua
tranciando la cicatrice nel petto.
Caos è perdita esangue di sostanza
- come vorrei vedermi davvero -
che non immagina ma pialla ogni prominenza.
Io sono qui, ripeto alla tela scrostata
che pende intenta nel suo impasto
all’idea di essere.
L’importante è restare svegli,
come se la voragine che risucchia le scarpe
sapesse bene a cosa va incontro.
Oggi è il giorno nuovo e io passo diversa la stessa strada.
Diversa dal poi, dal mai, dal detto, da ogni incontro nuovo.
Ho pensato di mettere più sale,
una finestra dove non c’era
e qualche ingorgo di passanti ignari
e certi che il male sia cosa d’altri.
Sono qui,
nel dubbio che queste mani siano le stesse
di quelle che per una volta hanno stretto le tue
e nella gola il sangue
come diritto di degustazione,
Lo ripeto e lo dico per credere ancora che sia vero.
La bocca sapiente sa di certezza mentre biascica del futuro.
Forse saremo spazio.
senza cedere ai silenzi, appesi allo specchio
per offrire tutto quanto io ho
due parole che sono miscela da ingoiare serenamente
e succhiare con attenzione.
Attesa. Non so chi sono,
ma sono qui in un dove fruito da sempre
quotidiano tanto da farsi temere sale.
Chiusa nel petto, assicurata. Sono qui,
tra le paure a raccogliere resti
che frantumati cadono
cadono
cadono.
Mi piego e raccolgo anche me che tutta cado
e mentre prendo su, cado ancora.
Ridondante, disturbo bipolare che non soffoca
ma inciampa in altre strade.
Poche sfumature nelle immagini grigie che si lasciano violare
sesso consumato oltre la carne.
Ed è ancora sangue, il mattone che porto dentro
che - non ci crederai mai - ha necessità di nutrirsi
e divora le nocche, le dita, poi tutto il palmo delle mani.
Monconi le braccia paiono errori.
Di natura.
Così le gambe, dopo i piedi
pasto di parassiti seduti in poltrona
e io mi guardo come fossi una cosa.
Senza pena né male.
Fin quando striscio, vivo.
Lento atto del corpo che non arrende.
Senza coraggio solo con l’energia per rompere l’ultimo piatto.
Solo.
Sono qui.
Posso farlo
sostanza
senza maschera
impassibile
al volto chiuso.
c'era un tale
matto
che si incollava scaglie di serpente
sul petto
e scivolava di seno in seno
approfittando dell'insicurezza di quel sollievo
che si esplicava nell'ansimare di ogni bocca
per un brivido non si sa bene cosa gli avrebbero dato
ma era un bastardo
sempre assolto
sopravvissuto nel torto
cosa gli si debba ancora mi rimane nascosto
Fra pochi mesi scoprirò anche le iberiche tette de la nuestra suerte.
Che dios me la mandi buena.
E' qualcosa che se ne sta sbocciando
nella sua indecifrabilità e tensione:
occhi con contorno con collana
a grosse perle-bocconi ascolta Waits
o un francais, un belga (è confidenziale)
Sinatra live-roco carnevale; Cave.
Una sua dolcevita dolce verde
e più scura la maglia messa sopra
svasata sulle braccia-bretelline
ma preme su due prime mammelline
e s'infila nella cinta con le borchie.
Capelli corti esplosi in tante ciocche
e un lungo naso:
il resto è piccolino ed incalzante
boccio di gemma di albero di prato.
Mi dici innocentemente che non vorresti uscire con me d'inverno perchè non si vedrebbero le tette, altrimenti.
Ma l'estate dura poco, e io preferisco il freddo ai tuoi modi di fare da spaccona.
insensibili tette, al tatto, dico. come sfiorare lo spigolo della libreria. anche un po' meno, a voler essere tragici. le manate, quelle no. le prese di posizione, soprattutto con la schiena contro il muro. o la pancia contro il davanzale della finestra. quelle sì. i baci erano più solletico che altro. poi la riabilitazione del cervello, con le mani. con i sensi, tutti e undici o quanti diamine sono. il cervello, vera benedetta zona erogena di lei. l'intimità che non è mai stata una faccia fra le tette. fino a quella sera cigolante, imbarazzata e autocensurante. perché poi? a dormirci su non so se ne diventeremo capaci. ma il natale porta consiglio. e tette punte dagli aghi d'abete recidivo.
Le mie erano tette d'aria. Fatte di polline, di brezza estiva, degli strilli dei bambini in mezzo ai prati.
Avevano la pesantezza delle ali di libellula, la gravità carnosa di una manciata di minuti trascorsi a fissare la trasparenza del vetro.
Anni fa me la prendevo: volevo delle tette da rappresentanza - e poche storie.
Adesso me la rido: devo stare attenta e riempirmi le tasche di terra e sassi, se non voglio essere strappata via dal vento.
Ah, le mie tette di sogni e d'incanto.
ho perso casa
stanza, soppalco e lui che... oh beh, lui non importa
non l'ho mai visto, il fieno
meglio...
ma vorrei sentirlo pungermi il seno
non mi ha mai presa in un fienile, lui...
e poi ho perso casa
In una foto di carne, ci siamo rinchiuse con le nostre forme. Ci sono le nostre tette, tutte.
Distrattamente, quella foto di forme perfette, è stata cancellata. L'intenzione c'era, questo si sapeva, ma l'avrei nascosta agli occhi del mondo pur di non doverla dimenticare col tempo. E invece, distrattamente, si è persa come il treno di quel giorno.
Dovrei fotografarmi nuda
e dimostrarti com'è fatta
una vera donna.
Il seno che ti chiama
le mani non mentono,
forse stiamo solo
perdendo tempo.
Dovrei spogliarmi
e dirti di prendermi così
aria contro pelle,
capezzoli scuri e turgidi.
Bocca affamata
da vera donna.
Inizio e fine
Vita e morte.
Nutrimento e ossessione.
Potessi scegliere come morire
Sceglierei un dolce, buio, soffocamento
(fotografia donata da "ale")
(Poi scopro di essere passata,
e che le mani, i seni, le cose tutte
erano una tenda tirata a dare
un altro panorama
o solo un'altra pagina, priva di volto, priva di parole)
certo, lei disse, il chiaro enorme e puntuale
che rimane nella lampadina fulminata
dopo che mi resta la mano dentro
l'interruttore e la pelle finisce
dove meno me l'aspetto e la vecchiaia
mi lascia in pace, almeno in parte,
lì dove la testa manca e altrove legge
le parole che finiranno scadute
in un'altra vita e potrei disporre ogni mattina
le rose, i seni che perdonano malinconie,
ed altre irrealtà poetiche sulla mensola del bagno,
appena sotto lo specchio,
appena sopra il lavandino dove l'acqua
s'accumula sulla pagina senza mai
uscire di casa, così che possa tornare
a scrivere una poesia ogni giorno,
la novità di una stessa identica poesia
ogni giorno
[19.settemmbre.07; ore 10.15]
Ma lo sai che non sei affatto male, sotto quel tuo vestito nero attillato? Ti guardavo da lontano e mi chiedevo quand'è che avresti sfiorato per sbaglio il profilo del tuo seno sinistro. Ho visto che è stato per sbaglio. Te ne sei quasi subito accorta e vergognata.
Ma non c'è da vergognarsi.
Ma lo sai che quella tua camminata mi fa venire voglia di rovesciarti da bere addosso, solo per chiederti delle false scuse e offrirti altro da bere mentre ti dico che ho altri vestiti a casa mia.
Ma questa non sono io. Non sono io, e sfioro per sbaglio il tuo seno destro. Nel tuo ammiccare divertita, un giramento di testa.
Quando, una calda sera d'autunno, ad occhi chiusi
io respiro l'odore dell'ardente tuo seno,
vedo innanzi spiegarmisi un paese sereno
che un sole eterno abbaglia coi suoi fuochi diffusi:
pigra isola dove rigoglioso il terreno
nuovi alberi germina, dai bei frutti dischiusi;
snelli han gli uomini i corpi, ma alle fatiche adusi;
delle donne sorprende l'occhio limpido e pieno.
Dall'odor tuo guidato a cieli più soavi,
ecco m'appare un porto popoloso di navi,
cui trema ancor la chiglia del travaglio dell'onda,
mentre il forte profumo dei tamarindi in fiore,
che col vento mi giunge e le nari m'inonda,
al canto delle ciurme mi si mesce nel cuore.
(Charles Baudelaire, Profumo esotico, da I fiori del male, trad. Gesualdo Bufalino)
I tuoi capezzoli tagliano in due l'acqua, appuntiti.
(oroscopoppe)
signora mia,
se il seno che ha è solo 1
la sua tangente di vita
sarà pressocchè
infinita.*
Con pazienza sostenevano
l'insostenibile Quintessenza del Sé,
le dita a mo'di calici.
Con furia afferravano
l'inafferrabile ventre di madre,
i nervi a mo' di granchi.

[Foto : Jan Saudek, Those days of the Sixties, 1965]
Ogni mattina lava a lungo i suoi seni con l'acqua fredda, quindi si sdraia per terra nel massimo silenzio del corpo. L'acqua fredda le indurisce i seni, e sentendoli così duri può sognare di essere altro.
Quando non le riesce più di tenersi fra le pareti spoglie e consuete del suo appartamento si dice uomo e frequenta ampissimi ipermercati. Spinge con calma e quasi invisibile il carrello semivuoto fra le corsie e ne cerca una. Le sue sono solo ragazze ossute dai modi sottili, di pochi lisci particolari. Spesso deve girare a lungo prima di trovarne. Allora la segue, e da lontano assapora la tiepida viscosa invidia di non riuscire a portare i suoi propri seni come piccoli orecchini estivi, o solo nomignolo del suo sesso quando nessuno la vede.