c'era un tale
matto
che si incollava scaglie di serpente
sul petto
e scivolava di seno in seno
approfittando dell'insicurezza di quel sollievo
che si esplicava nell'ansimare di ogni bocca
per un brivido non si sa bene cosa gli avrebbero dato
ma era un bastardo
sempre assolto
sopravvissuto nel torto
cosa gli si debba ancora mi rimane nascosto
Fra pochi mesi scoprirò anche le iberiche tette de la nuestra suerte.
Che dios me la mandi buena.
E' qualcosa che se ne sta sbocciando
nella sua indecifrabilità e tensione:
occhi con contorno con collana
a grosse perle-bocconi ascolta Waits
o un francais, un belga (è confidenziale)
Sinatra live-roco carnevale; Cave.
Una sua dolcevita dolce verde
e più scura la maglia messa sopra
svasata sulle braccia-bretelline
ma preme su due prime mammelline
e s'infila nella cinta con le borchie.
Capelli corti esplosi in tante ciocche
e un lungo naso:
il resto è piccolino ed incalzante
boccio di gemma di albero di prato.
Mi dici innocentemente che non vorresti uscire con me d'inverno perchè non si vedrebbero le tette, altrimenti.
Ma l'estate dura poco, e io preferisco il freddo ai tuoi modi di fare da spaccona.
insensibili tette, al tatto, dico. come sfiorare lo spigolo della libreria. anche un po' meno, a voler essere tragici. le manate, quelle no. le prese di posizione, soprattutto con la schiena contro il muro. o la pancia contro il davanzale della finestra. quelle sì. i baci erano più solletico che altro. poi la riabilitazione del cervello, con le mani. con i sensi, tutti e undici o quanti diamine sono. il cervello, vera benedetta zona erogena di lei. l'intimità che non è mai stata una faccia fra le tette. fino a quella sera cigolante, imbarazzata e autocensurante. perché poi? a dormirci su non so se ne diventeremo capaci. ma il natale porta consiglio. e tette punte dagli aghi d'abete recidivo.
Le mie erano tette d'aria. Fatte di polline, di brezza estiva, degli strilli dei bambini in mezzo ai prati.
Avevano la pesantezza delle ali di libellula, la gravità carnosa di una manciata di minuti trascorsi a fissare la trasparenza del vetro.
Anni fa me la prendevo: volevo delle tette da rappresentanza - e poche storie.
Adesso me la rido: devo stare attenta e riempirmi le tasche di terra e sassi, se non voglio essere strappata via dal vento.
Ah, le mie tette di sogni e d'incanto.
ho perso casa
stanza, soppalco e lui che... oh beh, lui non importa
non l'ho mai visto, il fieno
meglio...
ma vorrei sentirlo pungermi il seno
non mi ha mai presa in un fienile, lui...
e poi ho perso casa
In una foto di carne, ci siamo rinchiuse con le nostre forme. Ci sono le nostre tette, tutte.
Distrattamente, quella foto di forme perfette, è stata cancellata. L'intenzione c'era, questo si sapeva, ma l'avrei nascosta agli occhi del mondo pur di non doverla dimenticare col tempo. E invece, distrattamente, si è persa come il treno di quel giorno.
Dovrei fotografarmi nuda
e dimostrarti com'è fatta
una vera donna.
Il seno che ti chiama
le mani non mentono,
forse stiamo solo
perdendo tempo.
Dovrei spogliarmi
e dirti di prendermi così
aria contro pelle,
capezzoli scuri e turgidi.
Bocca affamata
da vera donna.
Inizio e fine
Vita e morte.
Nutrimento e ossessione.
Potessi scegliere come morire
Sceglierei un dolce, buio, soffocamento
(fotografia donata da "ale")
(Poi scopro di essere passata,
e che le mani, i seni, le cose tutte
erano una tenda tirata a dare
un altro panorama
o solo un'altra pagina, priva di volto, priva di parole)
certo, lei disse, il chiaro enorme e puntuale
che rimane nella lampadina fulminata
dopo che mi resta la mano dentro
l'interruttore e la pelle finisce
dove meno me l'aspetto e la vecchiaia
mi lascia in pace, almeno in parte,
lì dove la testa manca e altrove legge
le parole che finiranno scadute
in un'altra vita e potrei disporre ogni mattina
le rose, i seni che perdonano malinconie,
ed altre irrealtà poetiche sulla mensola del bagno,
appena sotto lo specchio,
appena sopra il lavandino dove l'acqua
s'accumula sulla pagina senza mai
uscire di casa, così che possa tornare
a scrivere una poesia ogni giorno,
la novità di una stessa identica poesia
ogni giorno
[19.settemmbre.07; ore 10.15]
Ma lo sai che non sei affatto male, sotto quel tuo vestito nero attillato? Ti guardavo da lontano e mi chiedevo quand'è che avresti sfiorato per sbaglio il profilo del tuo seno sinistro. Ho visto che è stato per sbaglio. Te ne sei quasi subito accorta e vergognata.
Ma non c'è da vergognarsi.
Ma lo sai che quella tua camminata mi fa venire voglia di rovesciarti da bere addosso, solo per chiederti delle false scuse e offrirti altro da bere mentre ti dico che ho altri vestiti a casa mia.
Ma questa non sono io. Non sono io, e sfioro per sbaglio il tuo seno destro. Nel tuo ammiccare divertita, un giramento di testa.
Quando, una calda sera d'autunno, ad occhi chiusi
io respiro l'odore dell'ardente tuo seno,
vedo innanzi spiegarmisi un paese sereno
che un sole eterno abbaglia coi suoi fuochi diffusi:
pigra isola dove rigoglioso il terreno
nuovi alberi germina, dai bei frutti dischiusi;
snelli han gli uomini i corpi, ma alle fatiche adusi;
delle donne sorprende l'occhio limpido e pieno.
Dall'odor tuo guidato a cieli più soavi,
ecco m'appare un porto popoloso di navi,
cui trema ancor la chiglia del travaglio dell'onda,
mentre il forte profumo dei tamarindi in fiore,
che col vento mi giunge e le nari m'inonda,
al canto delle ciurme mi si mesce nel cuore.
(Charles Baudelaire, Profumo esotico, da I fiori del male, trad. Gesualdo Bufalino)
I tuoi capezzoli tagliano in due l'acqua, appuntiti.
(oroscopoppe)
signora mia,
se il seno che ha è solo 1
la sua tangente di vita
sarà pressocchè
infinita.*
Con pazienza sostenevano
l'insostenibile Quintessenza del Sé,
le dita a mo'di calici.
Con furia afferravano
l'inafferrabile ventre di madre,
i nervi a mo' di granchi.

[Foto : Jan Saudek, Those days of the Sixties, 1965]
Ogni mattina lava a lungo i suoi seni con l'acqua fredda, quindi si sdraia per terra nel massimo silenzio del corpo. L'acqua fredda le indurisce i seni, e sentendoli così duri può sognare di essere altro.
Quando non le riesce più di tenersi fra le pareti spoglie e consuete del suo appartamento si dice uomo e frequenta ampissimi ipermercati. Spinge con calma e quasi invisibile il carrello semivuoto fra le corsie e ne cerca una. Le sue sono solo ragazze ossute dai modi sottili, di pochi lisci particolari. Spesso deve girare a lungo prima di trovarne. Allora la segue, e da lontano assapora la tiepida viscosa invidia di non riuscire a portare i suoi propri seni come piccoli orecchini estivi, o solo nomignolo del suo sesso quando nessuno la vede.
i fratelli allattano al seno nel desiderio di un ombelico con una via d’uscita.
la sostanza paterna delle carezze sulla testa che braccettano fino agli occhi chiusi e portano via i sogni bellissimi,perché il bambino non soffochi nel sonno,non s’innamori del maschio nudo,non pianga di gioia per il crepaccio profondo.
i fratelli hanno il seno scoperto e pallido e uncesareo dove ha sbattuto un unicorno e non hanno gridato.fanno pipì senza chiudere la porta,si commuovono per le dita e fanno smorfie di mamma.
il maschio è nudo e ha ginocchia che riflettono le fonti di luce rosa.sta in piedi nel bagno e non chiude la porta,non si commuove,non sogna che amava;e finchè non si sveglia,finchè sta lì che non riesce a sognare,esplora la mano del padre,i suoi rami fioriti cuccioli d’erbe e mietitrice.
e al bambino cresce il seno quando guarda il maschio nudo e vuole amarlo nel bagno e sulle mattonelle resta l’impronta,resta l’ombra scucita,e una mano piccola schiude l’occhio stretto sul ventre e deve sibilare:hai visto,l’occhio nasconde una parte di latte,è una via d’uscita per l’ombelico.
(foto di jan saudek)
Soffocare
Hewar recupera le corde ancora appoggiate alla spalliera della poltrona, le srotola accuratamente e le adagia sui guanciali. Camilla è accosciata al centro del letto con le mani incrociate in mezzo alle gambe. Hewar si siede su una sponda e prende una prima corda, abbastanza corta, con la quale le lega i polsi. Poi passa a una seconda corda, molto più lunga, all’estremità della quale ha già preparato un nodo scorsoio. Lo allarga componendo un piccolo cappio dove immette il seno destro di Camilla. Stringe forte e il seno si protende teneramente. Con la stessa corda raccoglie il seno sinistro, lo serra circondandolo, Camilla ha un lieve sussulto, le passa la corda dietro il collo, poi ritorna sul seno destro, lo cinge ancora, incrocia la corda sul petto, accerchia il sinistro e ancora avvolge la corda attorno al collo della donna. Ripete l’operazione altre tre volte finché i seni non sono completamente pieni e turgidi di pressione e quasi non esplodono dentro le coppe indeformabili. Le zone del seno rimasto scoperte ardono di biancore, i capezzoli sono allargati e di una lucidità perfetta, sembrano addirittura lampeggiare al vortice magico dell’alba ancora smorzata dalla notte ellittica. Fiocamente Hewar li immagina come conchiglie fossili, o come carne asfissiata e dolente, nottetempo. Oppure è pane, pane bianco e profumato di semola dentro modesti cestini di stoppa, così si offre Camilla, zucchero, zolla, fosforo, pesce e pane, bella com’è, alla testa ingrigita, in laude ai merli e alle altre femmine.
Hewar prende la terza corda, incappia la caviglia per bene poi passa la corda attorno ai fianchi stringendo il più possibile in modo che il piede stia attaccato alla natica. Rifinisce il lavoro dai fianchi alla caviglia passando la corda all’interno della coscia, per un paio di volte. Con la quarta corda ripete l’operazione per l’altra caviglia. Camilla ha le gambe spalancate e immobilizzate, il sesso è ostruito da quattro linee di corda infiltrate con forza come su terra morbida. Hewar le separa due per volta scostandole verso l’esterno e facendole aderire all’inguine. Poi stende il corpo, gli solleva le braccia e con un quinto breve tirante allaccia la corda dei polsi a una delle sbarre del letto.
Camilla, dalla sua geometria molle e dolente, sciabordata come un giunco, nell’esercizio della contemplazione a una statua ferma, un corpo di poca carne, di poco spessore, una lanterna di carta stropicciata, un reflusso d’agrume, un sorso di liquido cipriato, una tinta di sperma sulla sabbia pietrosa, sboccia, trasparente, e da dentro – dentro di sé -un pozzo di fantasmi vede Hewar dal profilo improvviso enunciare le crudezze di una dolce mutilazione, vede un militare carnivoro annegare nella sospensione, strappare la sincronia, precipitare su una litania, in groppa a uno sfogo senza cadenza. Hewar si perde in una linea chiara, la traiettoria di una processione di infermi che strizza il corpo modificato di Camilla. Lei pura e battezzata invoca di essere incappucciata per essere in maggior grazia, per essere nient’altro che un sasso nelle mani di Hewar. Sgomenta il varco un falco pensoso, musicale; Hewar vuole vederle il viso. La barba irta come lisca incide i capezzoli, le dita come cespugli di cannella alluvionano nelle gole sbreccate, unghia brillanti come schegge di vetro arpionano le cannule incontaminate dalla pace.
Camilla attorcigliata su se stessa, tornata embrione nell’occhio tremante dell’aurora, sente addosso, in un punto di declivio, una mano ghiacciata, sente i cani abbaiare nella campagna, le ali di un passero sul ventre, la sosta di un cavallo, grafia minuta di bocca sulle labbra, anelli di denti dentro le ginocchia e la paura di Hewar bendata fitta sul torace.
La mia puttana preferita
è un tubo che s'attorciglia
su di una centralina elettrica.
Come ogni cosa che vedo per strada
non esiste e vede solo me.
Così manca di alcune cose fondamentali:
l'odore dell'assenza di dita dietro le orecchie
lo spazio fra braccio e torace per nascondervi i segreti
e un seno freddo sul quale appuntare rabbia.
Io te le offro. Sono il regalo d'amore che ti faccio. Non oro, nè argento. No conosco il platino nè la mirra.
Gli incensi si consumano troppo in fretta.
La mia dote è il mio petto, è quello che c'è dentro. La mia dote sono i miei capezzoli e quello che c'è intorno.
Il dono d'amore per te è la mia qualità più visibile, ma se scavi un pò di più potrai trovare uno scrigno di cristallo che pulsa in rosso.
Si arrampicano le mie dita,
si arrampica la mia bocca.
Il tuo seno è la meta da raggiungere,
si arrampicano i pensieri
fra i capelli sciolti.
L'up-nea
del corpo intero.
Avevo per le mani quattro libri, quattro o cinque. Ho passato le ultime tre ore distesa a letto, con un cuscino, due cuscini, niente cuscini, a pancia sotto, a leggere frasi con la lentezza che genera provvidenza e con la velocità che genera indifferentemente tumori o cattiva digestione. Ho mescolato stili e prose e alla fine ciò che rimane nella testa è un caleidoscopio isterico, ma anche un bruciante e giovane mosto ancora tutto da fermentare. Con esso familiarizza volentieri il mio corpo fané, bramoso di invecchiare macinato dalle erezioni verbali di writers (per omaggiare Woolf) famulenti ma silenziosi. Un po’ intorpidita dalle alture di parole e da coperte forse troppo pesanti, ho deciso di fare un bagno. Ho ascoltato John Cage mentre sguazzavo. Uno dei giochi d’acqua che preferisco è stare a pancia sotto e lasciare galleggiare le tette che, ricevendo una spinta dal basso verso l’alto, si appiattiscono al corpo, si dilatano. Quindi mentre mi accarezzo e a tratti arrivo a non sentire come mia la mano, fraintesa perciò di significazioni sessuali aliene, e mentre di là c’è un muggito e una citazione di pianoforti – dietro un archeologico silenzio – rimugino sulla scrittura e soprattutto sul tracciato isodinamico delle sollecitazioni emotive e intellettuali che le ultime tre ore di vita mi hanno trasmesso. Oltre che sull’abisso vibrante che classifica il mio giugulo come “incapace di fare bilanci”. Cioè sulla mia scrittura: nata da un’iconoclastia genetica, da una interpretazione bizzarra e bizantina della mia borghesissima famiglia, da un infantile senso di colpa per un lutto trentennale di cui ancora porto i segni, da un’ispirazione sensuale alla distruzione delle verità conclamate, da una vanità favoleggiata e instillata dalla mamma alla bambina dispettosa, dalla demenza irrimediabile innescata da un esilio in un luogo di assoluta atrofia umana, da un’altera solitudine inculcata dalla mamma incupita, dall’incrudelimento progressivo di un padre isolato e isolatore per deformazione professionale, da una nitidezza di indifferenze umane che per me superano in gestualità mille morti, da una vita copiosamente costellata da atti mancati o da fini del mondo, da ombrelli (parapluie, nonna) che si rompono sotto l’acquazzone durante il funerale di mio padre, da notti infinite senza sonno per gli strilli di mio figlio, da corpi di amici esplosi in aria, cane arsa aromatizzata alla nitro con cui abbiamo imbandito le nostre tavole, da un individualismo impeccabile e concupiscente altro individualismo. Geopoliticamente però appartengo al mio portiere. Adesso profumo di mirra.
…resta ad occidente del viso,
scagiona la notte e l’innocenza
delle tempie, il delinquere
dei tuoi seni che schiarisce
l’impunità dei miei piatti tramonti,
riparando la riva sinistra del corpo…